Quando diabete e tiroide vanno a braccetto

Tra le diverse malattie autoimmunitarie che possono associarsi al diabete tipo 1, le tireopatie sono quelle meno complicate da gestire per il giovane con diabete e di conseguenza sono meno destabilizzanti per il suo tenore di vita
I ragazzi con diabete di tipo 1 sanno bene che, in occasione dei periodici controlli presso il Centro di afferenza, vengono sottoposti ad un prelievo per fare iI punto sul “rischio autoimmunità”. Si tratta di un rischio comune a tutti i giovani con una qualsiasi condizione autoimmunitaria. Come chi ha una celiachia o un’artrite reumatoide ha un rischio più alto di divenire diabetico, analogamente i soggetti con diabete sono più esposti a rischio di celiachia, di tiroide e di altre patologie autoimmuni. L’autoimmunità tiroidea consiste nella produzione da parte dell’organismo di anticorpi diretti contro la propria tiroide,  ghiandola situata nella parte anteriore del collo, il cui cattivo funzionamento può avere influenze negative sullo stato di salute fisico e psichico dell’organismo. Questa autoaggressione della tiroide può provocare due distinte malattie: la tiroidite di Hashimoto (assai più frequente) e la malattia di Graves-Basedow (più rara).
In ambedue queste condizioni il sintomo comune è rappresentato da un piccolo aumento di volume della tiroide, che viene genericamente denominato “gozzo”.
Nella tiroidite di Hashimoto il gozzo può essere l’unica manifestazione o può invece accompagnarsi ad una diminuzione della funzionalità tiroidea con conseguente aumento di peso, apatia e svogliatezza. Al contrario, nella malattia di Graves-Basedow si possono avere, oltre al gozzo, alterazioni a carico dell’occhio (esoftalmo) e sintomi riferibili piuttosto ad un’aumentata funzionalità della tiroide (perdita di peso, irrequietezza, insonnia).
Per un giovane con diabete il rischio di aumentare un’autoimmunità tiroidea è del tutto trascurabile nei primi anni di vita, ma aumenta significativamente nel periodo della pubertà; si può calcolare mediamente intorno al 5% ed è maggiore nelle femmine rispetto ai maschi. Questo rischio può essere riconosciuto tempestivamente attraverso un aumento delle dimensioni della tiroide e attraverso la comparsa nel sangue degli anticorpi anti-tiroidei, la cui determinazione fa parte perciò delle indagini routinarie cui vengono sottoposti con cadenza annuale tutti i ragazzi con diabete.
ln caso di positività di questi anticorpi, bisogna approfondire le indagini mediante l’esecuzione di una ecografia della tiroide e il dosaggio degli ormoni tiroidei nel sangue. Infatti, il semplice riscontro di questi anticorpi nel sangue, non accompagnato da aumento di volume della ghiandola né da alterazioni ecografiche o alterazioni della funzionalità tiroidea, non significa necessariamente che vi è una malattia autoimmune della tiroide. Il riscontro isolato degli anticorpi indica soltanto l’esistenza di una condizione di rischio che non comporta di per sé l’inizio di una terapia. Qualora venga invece confermata l’esistenza di una malattia autoimmune della tiroide si deve allora  praticare una terapia farmacologica specifica: più blanda nel caso (frequente) di una tiroidite di Hashimoto, più impegnativa nel caso (raro) di una malattia di Graves-Basedow. In entrambe queste malattie della tiroide la terapia farmacologica non interferisce comunque con la terapia insulinica, né con le abitudini di vita dei ragazzi con diabete (alimentazione ed attività fisica) né, tantomeno, con il controllo metabolico del diabete. Durante il periodo del trattamento debbono essere intensificati i controlli relativi alla funzionalità e all’autoimmunità tiroidea e la terapia va regolata in base all’esito degli esami ormonali. In ambedue le malattie autoimmuni della tiroide il trattamento deve essere praticato per via orale e consiste nell’assunzione di farmaci capaci di bloccare la produzione di ormoni tiroidei (nella malattia di Graves) o di sostituire gli ormoni che non vengono adeguatamente prodotti (in molti casi di Hashimoto). Il decorso clinico è nettamente più favorevole nella tiroidite di Hashimoto, in cui è anche possibile, in alcuni casi, non praticare alcuna terapia specifica o comunque arrivare a sospenderla dopo alcuni anni, a seconda dell’evoluzione nel tempo delle dimensioni e della funzionalità della tiroide. Nella malattia di Graves-Basedow, invece, il trattamento medico non è sempre efficace e sono possibili frequenti ricadute della malattia, che possono rendere necessario, nei casi meno fortunati, un intervento chirurgico di asportazione della tiroide, allo scopo di ottenere una soluzione definitiva del problema. Complessivamente, comunque, fra le diverse malattie autoimmunitarie che possono associarsi al diabete di tipo 1 (celiachia, artrite reumatoide, insufficienza surrenalica) le tireopatie sono quelle meno complicate da gestire per il giovane con diabete e conseguentemente sono meno destabilizzanti per il suo tenore di vita.

Filippo De Luca
Clinica Pediatrica
II Università di Messina