Lui, Lei e… l’altro quando il diabete fa da terzo incomodo

L’adolescenza rappresenta una tappa particolare nel percorso di vita di ogni individuo. Le obiettive difficoltà che caratterizzano tale periodo possono essere amplificate da una malattia cronica come il diabete. Situazioni nuove di ordine biologico, psicologico e socio-relazionale possono interferire in maniera negativa sulla qualità di vita dell’adolescente diabetico. Compaiono così le preoccupazioni relative alle possibili complicanze ed al proprio futuro, inteso come quel complesso di progetti che comprendono la realizzazione lavorativa, il rapporto con i coetanei, l’innamoramento, il matrimonio, la sessualità e la possibilità di procreare. Ed è il rapporto con il proprio partner una delle principali aree della vita di tutti i giorni in cui l’adolescente si può trovare in maggiori difficoltà in seguito alla sua condizione di diabetico. La capacità di stabilire legami affettivi basata sulla fiducia reciproca può essere condizionata dalla presenza del diabete, per cui l’adolescente diabetico tende a credere che le persone che non hanno la sua malattia possano non essere in grado di comprenderlo. “Elena, ragazza di 20 anni, diabetica dai 9 anni, è in crisi perché non ha mai comunicato al gruppo di amici che frequenta regolarmente nelle vacanze estive, sin dall’infanzia, di essere diabetica. Si fidanza con un ragazzo che conosce da sempre. Non sa come comunicargli le cose e questo le crea un evidente disagio emotivo. La reazione del ragazzo, quando finalmente affronta l’argomento, è: “Perché non l’hai detto prima?”. È evidente che pensi sia stato nascosto perché grave. Elena passa un periodo molto difficile. Cercherà l’appoggio della psicologa ed infine farà parlare il ragazzo con il diabetologo. La situazione si risolve, ma dopo molta sofferenza”. La percezione svalorizzata del proprio corpo, indotta dalla presenza della malattia, può inoltre creare insicurezza ed un basso livello di autostima; fra le spinte interne che l’adolescente avverte come conseguenza delle grandi trasformazioni del suo fisico infatti vi è la necessità di dare un nuovo significato al proprio corpo in base ai cambiamenti in atto, alle pulsioni e alle sensazioni connesse allo sviluppo. Tali trasformazioni normalmente vissute con paure ed ansie, inducono l’adolescente con diabete a distorcere in senso negativo ogni difetto grande o piccolo. Da qui il problema di riuscire quindi a piacersi e a piacere, vivendo le nuove esperienze affettive in modo positivo. Il timore di dare l’immagine di sé di “persona che deve essere aiutata” in una fase, quale quella adolescenziale, di transizione da una situazione di dipendenza dai genitori ad una più evoluta di affrancamento da tale dipendenza,  può portare a rinchiudersi in se stessi, rendendo così difficile l’essere capiti e compresi. Questa chiusura spinge talvolta il partner a cercare ancor più ostinatamente di aiutare l’altro, venendosi così a creare un vero e proprio circolo vizioso, in cui il rischio principale è che il partner finisca poi con il diventare una sorta di garanzia di accudimento per il diabetico. L’adattamento alla malattia diabetica si complica inoltre se il ragazzo non è accettato nella famiglia del partner,  cioè se si rende conto di non rispondere a certe aspettative, di creare dei problemi o di essere all’origine di delusioni.
Appare dunque evidente come l’alternativa di comunicare o meno sul diabete è solo apparentemente semplice, ma in realtà cela, per ogni adolescente, problematiche connesse all’immagine di sé e alle sue relazioni con gli altri.
È compito importante dell’intero team diabetologico, supportato dalla figura dello psicologo, coinvolgendo anche le associazioni, saper cogliere eventuali situazioni di disagio psicoemotivo degli adolescenti con diabete, identificare strategie corrette di comportamento nei loro confronti che mirino a stimolare ed attivare le loro risorse latenti e a rinforzare la loro autostima e le abilità socio-relazionali. Entrare nel complesso mondo dell’adolescenza significa infatti saper ascoltare, aver voglia di ascoltare, motivare le soluzioni prospettate, cambiare strategie di fronte agli insuccessi, non rari peraltro; sono aspetti, questi, particolarmente difficili, ma indubbiamente i più stimolanti e coinvolgenti per il team, sia dal punto di vista professionale che umano.

Matteo Viscardi
Dipartimento Materno Infantile
Centro di Endocrinologia dell’Infanzia e dell’Adolescenza
Università Vita‐Salute San Raffaele