Le domande dei lettori

Sono un’universitaria ventenne con un diabete che proprio quest’anno compie dieci anni. Sento parlare spesso e altrettanto spesso leggo delle potenziali complicanze a lungo termine della malattia. Mi succede una strana reazione: lungi dal responsabilizzarmi questi “fantasmi” mi scoraggiano. Cosa posso fare?
Lucia – Roma

Cara amica,
è inutile negarlo, le complicanze microvascolari del diabete esistono, altrimenti non vi sarebbe bisogno di tanto rigore nella terapia e di tutto l’addestramento che voi ragazzi ricevete per curarvi a dovere.  Ma valutiamo un po’ meglio il problema: qual è il rischio reale che queste complicanze insorgano e quale il rischio di invalidità? Un grosso errore è quello di paragonare la situazione di voi giovani con diabete tipo 1 a quella di soggetti anziani con altre forme di diabete. In questi casi il rigore applicato alla terapia è enormemente minore ed il diabete, spesso non insulino-dipendente, rimane per lunghi anni prima della diagnosi addirittura non diagnosticato, il che favorisce la comparsa di complicanze. Nel caso del diabete tipo 1 sicuramente il rischio di complicanze è correlato al risultato della terapia, espresso dal valore dell’emoglobina glicosilata. Raggiungendo un buon equilibrio metabolico, il rischio di complicanze è talmente basso che in alcune casistiche non differisce in maniera significativa dal rischio generico di patologie oculari e renali che potrebbero colpire persone che non hanno il diabete. Ma capisco come il timore di complicanze possa costituire per te un’angoscia che ti spinga addirittura a rimuovere il problema. E allora cosa fare? Prima di tutto rendersi conto che con una terapia condotta come si deve il rischio è tanto basso da non costituire un problema reale. Sapessi quanti ragazzi, ormai adulti, che conosco da quando erano piccoli non hanno l’ombra di complicanze, nonostante la terapia del diabete anni fa non fruisse dei tanti strumenti e delle nuove insuline che la rendono attualmente più efficace. La seconda cosa è quella di non lasciarti andare, perché non c’è alcun motivo per scoraggiarsi. Rimuovere il problema, ignorandolo, non solo non sarebbe sufficiente ad eliminare la tua paura ma potrebbe aggiungere alla tua ansia un senso di colpa ancora più deleterio per il tuo benessere spirituale. I fantasmi rimangono tali finché non li si affronta. Fallo. Scoprirai che sono solo stracci.

 

 

Siamo una coppia di genitori quarantenni e la nostra esistenza è stata permeata dal diabete. L’unico nostro figlio tredicenne è sempre stato l’epicentro delle vicissitudini domestiche. Per la verità, non sappiamo se facciamo abbastanza e, se quello che facciamo, lo facciamo bene. Quali suggerimenti ci può dare per aiutare nostro figlio a crescere correttamente?
Barbara e Walter – Macerata

Cari amici,
immagino che vostro figlio sia già in trattamento presso un Centro qualificato e che molti consigli vi siano finora stati dati dai sanitari che lo seguono. Il fatto che la vostra domanda sia posta in termini di “non sappiamo se facciamo abbastanza e se facciamo bene ciò che facciamo” denota una condizione di perplessità nella quale si legge una grossa carica di ansia. Il termine “crescere correttamente” può essere inteso sia in termini di crescita fisica che psico-evolutiva. Da un punto di vista fisico, il diabete ben trattato non interferisce in alcun modo sull’accrescimento e sullo sviluppo puberale. Questi parametri potrebbero essere compromessi solo da condizioni estreme di cattiva condotta terapeutica, il che è assolutamente inimmaginabile nei tempi attuali e, per giunta, con genitori così attenti ed affettuosi. Un po’ più complesso è il problema della evoluzione psicologica. L’adolescenza è per tutti i ragazzi un momento di ricerca di una nuova identità “da adulto” che comporta dubbi, paure ed una tendenza alla “ribellione” che altro non è se non la ricerca di una nuova autonomia. Il senso di “imperfezione del proprio corpo” dovuto al diabete crea in questi ragazzi una condizione aggiuntiva di ansia che può portarli ad esagerare le cure verso se stessi o, più spesso, a rifiutare in blocco la malattia e la terapia. Probabilmente il miglior suggerimento per voi genitori in questa fase è cercare di trasmettere tranquillità, creando un “binario” comportamentale che agevoli il tragitto di vostro figlio. Non abbiate paura di far poco. Il vostro affetto è, di per sè, un contributo importante alla sua tranquillità e sarà ancora più efficace se vi sforzerete (per quanto è possibile) di ridurre la componente ansiosa.

Francesco Prisco
Servizio Regionale di Diabetologia Pediatrica “G. Stoppoloni”
II Università di Napoli