Il bambino piccolo scappa dalla puntura

Non bisogna “trattare” l’esecuzione dell’insulina con premi e punizioni.
È importante evitare che la relazione genitore-bambino venga inquinata dalle cure.
Si può trasformare l’esperienza spiacevole in un gioco coinvolgente e gratificante.

Al ricovero in ospedale per esordio di diabete il bambino molto piccolo, al di sotto dei 3 o 4 anni, può soffrire in modo particolare per l’interruzione delle sue abitudini, per le manipolazioni del suo corpo operate da estranei alla sfera familiare, per le indagini a volte invasive.
La presenza e l’atteggiamento rassicurante della figura materna sono in genere sufficienti a proteggerlo dalla vicinanza con la nuova ed inquietante realtà. Nella prima fase di assestamento dopo l’esordio, uno o entrambi i genitori devono addestrarsi alla gestione dell’equilibrio metabolico, del dosaggio dell’insulina, della assunzione degli alimenti da parte del figlio, devono acquisire delle competenze rispetto ad iniezioni e controlli delle glicemie.
Rispetto a questi interventi sul corpo del bambino essi sono facilmente ambivalenti, cioè oscillano tra atteggiamenti rigidi e normativi ed altri più tolleranti, quando non riescono a tollerare la sofferenza del bambino ed il senso di colpa, avvertito a livello inconscio, per l’esordio nel figlio di questa patologia cronica. La necessità di iniezioni quotidiane rappresenta un nuovo impegno che il bambino arriva gradualmente ad accettare attraverso la mediazione affettiva dei genitori. Nel bambino così piccolo tali esperienze spiacevoli possono favorire l’insorgenza di vissuti persecutori nei confronti degli agenti delle cure, genitori o medici, che diventano nella sua fantasia figure minacciose. Anche la madre, che non può più proteggerlo da questi eventi frustranti, può essere percepita come “una strega” che infligge punizioni, come i mitici personaggi delle fiabe. Se un bambino non accetta l’iniezione, tenderà ad indugiare circa la scelta della sede sul suo corpo, a ritardarne l’esecuzione, ad irrigidirsi con i muscoli.
Facilmente i genitori iniziano a “trattare” l’esecuzione della puntura tramite premi che possono alterare il rapporto con il loro bambino ed il significato di cure necessarie ed improrogabili. In alcune situazioni il genitore, pressato dall’urgenza e dall’opposizione del bambino, si irrigidirà a sua volta, iniziando quella sorta di pantomina a contenuto sadico che ricorda le vignette sulle torture. A questo punto si può immaginare che il bambino inizi a divincolarsi ed a sfuggire dalle mani del “torturatore” ed il genitore si metta a rincorrerlo. Non si tratta di un gioco infantile, bensì di una rappresentazione scenica dell’ansia familiare. Una situazione che tenderà a ripetersi con anticipo sempre più ampio per l’ansia dell’attesa di un momento prefigurato come spiacevole sia dal genitore che dal bambino.
È ovvio che bisognerebbe adoprarsi per evitare situazioni come quelle descritte. I bambini sono in grado di elaborare le esperienze spiacevoli, quando viene loro offerta la possibilità di diventare protagonisti, di trasformare una loro passività in un gioco attivo, come il nascondino o lo “scappa-scappa perché ti prendo”.
Si tratta di trasformare l’evento frustrante in un rituale che il bambino può vivere con meno ansia e maggiore partecipazione.
Ci può essere una preparazione a tale rituale con un’interazione gratificante genitore-figlio, che può passare attraverso giochi corporei ed una conclusione che offra una possibilità di compensazione “affettiva” all’evento frustrante. Un gioco utile può essere quello che rispecchia la situazione spiacevole per il bambino utilizzando il suo peluche preferito, l’orsacchiotto o altro animale compagno e spettatore delle sue fantasie.
Si può inventare insieme al bambino una storia in cui l’orsetto si ammala e deve essere curato… È importante chiedere al bambino che ruolo vuol giocare: il medico che visita?, il genitore che fa l’iniezione?, l’infermiere che fa il prelievo? E poi insieme far finta di vivere come nella realtà la situazione rappresentata: il bambino avrà a disposizione l’iniezione (possibilmente senza ago) e farà davvero la puntura all’orsetto, etc.
Anche se tali situazioni di gioco non saranno sempre possibili, qualche esperienza orientata in tal senso potrà contribuire a rendere più gradevole l’interazione genitore-bambino e a non irrigidirla in quella sorta di scena ripetitiva che facilmente assume valenze negative.

 Maria Jole Colombini
Psicologa 
Centro di Endocrinologia Infantile e dell’Adolescenza
Istituto H.S.Raffaele – Milano