Dovrò portarmi il diabete fino alla tomba?

“Sono uno studente universitario di 21 anni, insulino-dipendente dall’età di 14 anni. Per quanto sia seguito da bravi medici, dall’amore dei genitori e di tutta la famiglia, non mi riesce di accettare la malattia diabetica. Non riesco a capacitarmi come una malattia così antica non possa essere stata ancora debellata. Oggi guariscono gli infartuati e, con frequenza sempre maggiore, anche coloro che sono affetti da gravi tumori. Io dovrò portarmi il diabete fino alla tomba?”
Richard – Cagliari 

No, non avrai per sempre il diabete. Per meglio dire, non avrai la necessità di somministrare per sempre l’insulina, il che è ciò che condiziona il tuo quotidiano e che, soprattutto, ti ricorda momento per momento l’esistenza del problema. Spieghiamoci meglio. La riduzione del numero di beta cellule è permanente, il che rende improprio parlare di guarigione, se con questo termine si intende il ritorno alla piena funzionalità spontanea del pancreas. Ma le ricerche su sistemi che possano sostituirne la funzione, agendo come un vero e proprio “pezzo di ricambio” e creando quindi, nei fatti, la guarigione, sono più avanzate di quanto tu creda. Un ampio campo di ricerca è costituito dal tentativo di creare cellule in grado di produrre insulina a partire da altre cellule dell’organismo o da cellule staminali. Queste ultime sono cellule poco differenziate in grado di “imparare” a svolgere altri compiti specifici mediante un opportuno indirizzo. Per ottenere questo risultato si usano tecniche di ingegneria genetica, il che è un po’ come cambiare il software che fa agire una cellula perché svolga un compito diverso da quello a cui era predestinata. Un’altra strada è quella di incapsulare beta-cellule animali in materiali che le proteggano dal rigetto e che lascino passare solo il glucosio (in entrata) e l’insulina (in uscita). Il trapianto di beta cellule è attualmente limitato dalle terapie contro il rigetto e dalla difficoltà di reperire beta-cellule da donatori, data la rapida deperibilità del pancreas dopo il decesso. Sicuramente nessuna di queste strade è al momento praticabile nella routine, ma la velocità del progresso scientifico e tecnologico procede in maniera esponenziale, ed è fondato pensare che una o più di queste tecniche possa essere applicata, sia pur non domani, in un’epoca in cui tu sarai ancora così giovane da poterne fruire a lungo. A me non piace lo sconforto che leggo nella tua lettera. È un problema, lo so, ma come tutti i problemi va affrontato. Non vorrei che tu arrivassi a poter fruire finalmente di una soluzione definitiva e avere, nel contempo, perso il tuo ottimismo e la tua carica vitale. Non mi piace quel “portarmi il diabete fino alla tomba”. Alla tua età la parola “tomba” non deve esistere nel vocabolario.

Francesco Prisco
Servizio Regionale di Diabetologia Pediatrica “G. Stoppoloni”
II Università di Napoli