Alimenti molto fast e poco food

Fast food significa, alla lettera, “cibo veloce”, ma più estensivamente, le due parole configurano un luogo dove gli alimenti, lavorati e cucinati in anticipo, vengono serviti subito, con il minimo impiego di manodopera e consumati a ritmo svelto. Hamburger, patate fritte, pezzetti di pollo ripieni di cipolle e altri petardi gastronomici vi vengono proposti in contenitori di cartone che ne consentono il consumo sia da seduti all’interno del locale (from here) che al di fuori (take away). A darli sono quasi sempre dei lavoranti giovani, travestiti da yankee, il berretto dalla lunga visiera, indaffaratissimi, un “salve” come saluto, quando va bene.

I “fast food” sono nati negli Stati Uniti negli anni Cinquanta e in un battibaleno si sono diffusi in tutto il mondo, creando un modello alimentare nuovo, gradito soprattutto ai teenagers che a milioni li affollano giorno e notte. Il re dei fast food è Mc Donald’s. Lo scorso anno negli USA sono stati  spesi 100 miliardi di dollari presso questa catena; il costo del suo  Big Mac hamburger è diventato un parametro di valutazione del tenore di vita di una nazione. Dove il suo prezzo è alto significa che il reddito pro capite  è proporzionalmente elevato. I punti vendita sono collocati nei nodi nevralgici dei centri urbani, nelle aree pedonali, ma anche nelle zone a rapido scorrimento, con ampi parcheggi e possibilità di acquisto direttamente dall’ autovettura; i prezzi sono più bassi che negli altri esercizi similari, e le maxi porzioni o i menu risultano sempre economicamente vantaggiosi. Da sempre, l’infanzia e l’adolescenza sono il bersaglio della loro campagna pubblicitaria. Si sa, chi si conquista la simpatia dei bambini arriva a triplicare il proprio giro di affari: i teens americani spendono per i propri bisogni circa 30 miliardi di dollari all’anno, ma sono in grado di incidere sulle scelte dei loro genitori per un valore di 600 miliardi di dollari. Un business che i distributori di fast food conoscono molto bene. Tre sono le modalità per accalappiare l’attenzione di adolescenti e bambini. La prima è la pubblicità mediatica: internet, sale cinematografiche, videogames, programmi per computer, si sono aggiunti ai tradizionali consigli per gli acquisti. La seconda è rappresentata dalla distrazione: il bambino identifica il fast food come un punto di ritrovo e di svago in quanto vi trova parchi giochi e le opportunità aggregative che questi luoghi offrono. La terza è l’ ubiquitaria diffusione dei distributori automatici all’interno di scuole, ospedali, palestre.
Gli alimenti venduti nei fast food sono ricchi di grassi, proteine, carboidrati. Il loro consumo sregolato causa sovrappreso, obesità, pressione elevata, alti tassi di colesterolo nel sangue. I bambini che ne fanno abituale consumo mangiano meno pane, pasta, riso, verdure e frutta, grassi vegetali: i cibi della dieta mediterranea che proteggono dalle malattie cardiovascolari. Le malattie da alimentazione sbagliata costano ogni anno al governo americano 100 miliardi di dollari e provocano 300.000 vittime. Di fronte a questo disastro, le coscienze hanno iniziato a scuotersi. La prestigiosa rivista Fortune si è chiesta se al  grasso dei cibi cosiddetti spazzatura (“junk food”) stia succedendo quello che è accaduto al tabacco. Migliaia di persone obese e di genitori di bambini obesi stanno infatti portando in tribunale i distributori di questi cibi perché hanno mancato di avvertirli del rischio di malattie del metabolismo dovute al loro consumo. Proprio come i fumatori che hanno presentato il conto alle fabbriche di sigarette perché non li avevano informati del rischio cancro al polmone. Le porzioni sono in genere abbondanti dovendo appagare prima di tutto la vista. Il palato poi va a nozze con i grassi, gli zuccheri, il sale presente in abbondanza. Il consumatore memorizza i sapori netti di questi cibi e finisce per maturare una specie di dipendenza. La loro ricchezza di carboidrati a rapido assorbimento e la povertà di fibre accorciano la durata del senso di sazietà. Ne consegue che il giovane, dopo il loro consumo, sente fame più frequentemente e più spesso ritorna al fast food alla ricerca di “quell’alimento” memorizzato a causa della sua sapidità. Non per niente vengono definiti “cibi-droga”.
I fast food non sono proibiti ai bambini e agli adolescenti con diabete. Sono semplicemente sconsigliati, proprio come ai loro coetanei senza diabete. Per i motivi che sono stati precedentemente ricordati. Volete mettere una croccante “rosetta” con due fette di prosciutto crudo (che sia di Parma, raccomando…) con foglie di lattuga o di rucola?

 Dieci regole per entrare in un fast food con il diabete  
1. L’introito calorico medio di un pasto fast food è di circa 1000 calorie ed aumenta i livelli della glicemia al di sopra dei limiti.
2. Riconosci il valore nutrizionale dei cibi che ordini: certi cibi sono particolarmente ricchi di grassi e di calorie.
3. Ordina solamente ciò di cui hai bisogno per saziarti; non scegliere mai cibi che iniziano con jumbo, giambo, maxi, super-size, biggie-size anche se costano come il panino più semplice.
4. Mangia lentamente, evita di abbuffarti, lo sai che la nuova tendenza è lo “slow food”?
5. Non aggiungere salse ai piatti/panini che ordini; la loro aggiunta corrisponde al 20% del tuo fabbisogno di sodio. Al contrario, per darepiù sapore chiedi di guarnire i tuoi piatti con verdura; accompagnasempre questi cibi ricchi di radicali liberi con  alimenti ricchi di antiossidanti, per neutralizzare l’effetto nocivo dei primi.
6. Evita di ordinare cibi fritti.
7. Evita di aggiungere formaggio: questo aggiunge circa 100 kcal per lo più costituite da grassi.
8. Concludi il tuo pasto sempre con della frutta…. portala da casa se pensi di non trovarla.
9. Diffida dalle trappole: cibi fat-free, spesso sono ricchissimi di zuccheri.
10. Bevi acqua

Anna Bernardini, 
Medico chirurgo
Università degli Studi di Parma
 

Maurizio Vanelli
Centro Regionale e Interuniversitario di Diabetologia Pediatrica
Università degli Studi di Parma